Nella grande bolla turca

Le battaglie in corso da molti giorni tra i manifestanti antigovernativi e la polizia turca in piazza Taksim a Istanbul sono sintomo di una rivolta popolare contro la dittatura islamista – ancora in forma embrionale – di Recep Tayyip Erdogan. Domenica decine di migliaia di oppositori del regime hanno assunto il controllo del cuore di Istanbul, mentre la polizia si è ritirata. Le difficoltà economiche delle famiglie turche sono un fattore importante nello sconvolgimento politico del paese. I mezzi di informazione hanno già definito le proteste “primavera turca”. Si tratta di un’inversione di tendenza, in quanto il “modello turco” è stato indicato due anni fa come la soluzione ai problemi economici e sociali degli stati di polizia del nazionalismo arabo in via di fallimento. di Spengler
8 AGO 20
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Le battaglie in corso da molti giorni tra i manifestanti antigovernativi e la polizia turca in piazza Taksim a Istanbul sono sintomo di una rivolta popolare contro la dittatura islamista – ancora in forma embrionale – di Recep Tayyip Erdogan. Domenica decine di migliaia di oppositori del regime hanno assunto il controllo del cuore di Istanbul, mentre la polizia si è ritirata. Le difficoltà economiche delle famiglie turche sono un fattore importante nello sconvolgimento politico del paese.
I mezzi di informazione hanno già definito le proteste “primavera turca”. Si tratta di un’inversione di tendenza, in quanto il “modello turco” è stato indicato due anni fa come la soluzione ai problemi economici e sociali degli stati di polizia del nazionalismo arabo in via di fallimento. L’islamismo apparentemente moderato di Erdogan e una politica economica dinamica offrivano a prima vista una via d’uscita per l’Egitto e altre economie fallite del medio oriente. Erdogan non ha presieduto a un miracolo economico – al contrario delle credenze di molti osservatori occidentali – ma ha gestito una bolla creditizia tipica del terzo mondo, che ha costretto i consumatori turchi a stringere i cordoni della borsa per far fronte al devastante peso del debito. I problemi economici domineranno l’agenda politica, e le pretese di Erdogan sulla leadership del mondo islamico – per non parlare del suo paese – sembreranno molto meno credibili, avevo già avvertito ad aprile, appena prima che Moody’s assegnasse alla Turchia un “investment grade rating”, forse il peggiore giudizio dall’agenzia di rating da quando mise una tripla A ai titoli garantiti da mutui subprime.
I problemi della Turchia non possono essere confrontati con le rivolte del 2011 nel nord Africa musulmano: l’economia del paese continuerà a funzionare, benché al di sotto delle aspettative dei turchi, e il sistema politico del paese è robusto. Ma le manifestazioni segnano un punto di svolta per le sorti dell’islamismo turco.
La rabbia dei manifestanti si rivolge contro la dittatura strisciante di Erdogan: l’imposizione graduale della legge islamica in uno stato turco fondato su princìpi laici, la galera per centinaia di oppositori del regime e l’assorbimento di un enorme potere economico in monopoli corrotti controllati dal partito di Erdogan. Alcuni “cable” della diplomazia statunitense dicono che nel 2010 Erdogan ha accumulato un’enorme fortuna personale con la corruzione e ottenuto commissioni sulla vendita di asset turchi a investitori stranieri. La guerra civile siriana ha reso più evidenti le divisioni settarie della Turchia. Circa un quinto dei turchi appartiene all’alevismo, una corrente dell’islam “moderata”, e che vota per i partiti secolari.
Solo una piccola minoranza della base dell’Akp è a favore del programma islamista del partito. Secondo un sondaggio del Pew Institute dell’aprile del 2013, il 12 per cento dei turchi vuole la sharia contro l’84 per cento dei musulmani nell’Asia del sud, il 77 per cento nel sud-est asiatico e il 74 in medio oriente e nord Africa.
E’ per questo che il mandato di Erdogan si fonda sui progressi economici. Il suo programma di fondamentalismo sunnita non è gradito alla maggioranza dei turchi, ma ha drenato voti dai turchi laici grazie alla presunta forza delle sue politiche economiche. I cittadini turchi vedono a ragione un inizio di sharia nelle nuove leggi del governo che vietano la vendita di alcol dopo le 22 e bandiscono ogni rappresentazione di consumo di alcolici nei mezzi d’informazione. Come ho scritto per il Middle East Quarterly: “La bolla di Erdogan richiama le esperienze dell’Argentina nel 2000 e del Messico nel 1994, quando l’impennata del debito estero produsse brevi bolle di prosperità, seguite da una svalutazione della moneta e da profondi crolli. Entrambi i governi latinoamericani guadagnarono consenso fornendo facile credito al consumo come ha fatto Erdogan nei mesi precedenti alle elezioni del giugno 2011”.
La generosità politicamente interessata di Erdogan ha finito per danneggiare i consumatori turchi. I consumi dei privati stanno crollando in termini reali. La crescita del pil è vicina allo zero, sostenuta da un tasso di crescita della spesa pubblica del 20 per cento. Con la spesa pubblica a dominare l’attività economica, non è sorprendente che il tasso d’inflazione della Turchia sia al 7 per cento. I dati economici aggregati mostrano un affaticamento progressivo dell’economia turca. I dati del governo distinguono il lavoro dipendente dal “lavoro famigliare non pagato” e dall’“auto-impiego”. Nell’ultimo anno, il lavoro nell’economia reale si è ridotto del 5 per cento, mentre il “lavoro famigliare non pagato” è cresciuto del 5. Questo significa semplicemente che i lavoratori del settore manifatturiero e dei servizi sono tornati a casa a lavorare nelle fattorie dell’Anatolia centrale o sono stati assorbiti in piccole attività famigliari: questa è disoccupazione camuffata. Una riduzione del 5 per cento della forza lavoro è un risultato devastante.
L’economia della Turchia, curiosamente considerata come la prossima Cina, poggia su piccole e medie esportazioni di tecnologia verso l’Europa, il mondo arabo, e l’ex Urss. E’ cresciuta come fornitrice di manodopera a basso costo per alcuni produttori europei e asiatici ed è affondata quando la crisi europea, la stagnazione russa e lo scompiglio tra i partner commerciali islamici hanno ridotto il suo mercato. Ha un tasso di diplomati alle scuole superiori più basso del Messico e un’enorme economia sommersa. Alcune università turche soddisfano alti standard internazionali, ma la Turchia non ha niente che l’avvicini alla fucina di talenti di Cina, Taiwan o Corea.
Per sostenere la bolla del consumo, la Turchia ha creato un disavanzo delle partite correnti che ha raggiunto il 10 per cento nel 2012, finanziato in maniera preponderante con debito a breve termine concesso in larga misura dagli stati sunniti del Golfo che vedono la Turchia come un baluardo contro l’Iran. Il debito a breve termine della Turchia sta ancora crescendo a un tasso annuo del 30 per cento (e a un tasso annuo del 70 per cento nel corso dei primi tre mesi del 2013). Il rallentamento economico avrebbe dovuto ridurre i prestiti esteri della Turchia; al contrario, li ha aumentati. La pazienza dei finanziatori della Turchia nel Golfo Persico è lunga ma non illimitata.
Il debito dei consumatori è decuplicato dal 2006, ed è aumentato del 40 per cento lo scorso anno. E’ difficile conciliare un incremento di questo dato con un incremento annuo del 5 per cento della spesa nominale dei consumatori (l’inflazione è pari al 7 per cento, per cui la spesa reale è in calo del 2). I dati indicano che i consumatori turchi stanno chiedendo in prestito enormi quantità di denaro per rifinanziare gli interessi che già hanno sui propri debiti. Le spese folli di Erdogan del 2011 hanno lasciato ai turchi i postumi di una sbornia. Quando la baldoria finirà, le famiglie turche dovranno ridurre i loro consumi. I consumatori oberati dal debito sanno che ciò accadrà presto, e questo presentimento aiuta a inasprire gli animi della nazione.
Ci sono rischi a lungo termine. Un paese in via di sviluppo non può sostenere un tasso di fertilità che porta a un rapido incremento di anziani non autosufficienti, ma il tasso di fertilità di quanti parlano turco come prima lingua è in costante declino negli ultimi 15 anni, la sua popolazione sta invecchiando quasi alla stessa velocità di quella dell’Iran, lasciando la previdenza sociale del paese con un deficit vicino al 5 per cento del pil. “Se continuiamo con l’attuale trend di fertilità, il 2038 sarà l’anno del disastro per noi”, ha ammonito Erdogan in un discorso del 2010. “Nel giro di una generazione, metà dei turchi in età di leva verrà da case in cui si parla curdo”.
In retrospettiva, potrebbero concludere gli analisti della politica turca, l’islamismo di Erdogan non è un nuovo inizio per la Turchia ma un tentativo tardivo di mettere mastice islamico tra le crepe che minacciano di disgregare la società turca. Erdogan potrebbe avere già fallito. Molti turchi hanno compreso di aver fatto un patto col diavolo, e che il diavolo non ha mantenuto la sua parte dell’accordo.
di Spengler

Spengler è il nom de plume utilizzato dal commentatore David P. Goldman (è rimasto misterioso per molti anni). Questo articolo è stato pubblicato su Asia Times Online.